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pensieri dal Congo ottobre 2015

 

E’ notte fonda qui in Congo, il gallo canta e una zanzara ormai morta mi offre una scusa per fermarmi un momento per mettere insieme qualche pensiero.

Sono riuscita a connettermi grazie ad una di queste pennette Vodacom presa in prestito da uno dei nostri ragazzi e doverosamente rimpinzata con una decina di dollari per farla funzionare. Mi assicuro che il mondo sia ancora tutto un pezzo, controllo la posta per vedere che non ci siano urgenti domande a cui rispondere, e mi concedo finalmente un momento di riflessione in questo angolo della terra. La connessione è troppo lenta per fare qualunque cosa si faccia normalmente in poco tempo, ma la voglia di condividere questo momento è grande.

Mi trovo nella ridente città di Uvira, situata sulle sponde del lago Tanganika, il lago più vecchio e più profondo dell’Africa, nonché passaggio di una delle faglie più spettacolari della terra. La popolazione (dicono) sia di circa 800.000 persone, e se anche non fossero tutte, si sentono tutte. Moto, apette, gip, pick up e i nostri residui di macchine scassate, viaggiano tutti su un'unica caotica strada non più larga di 8 metri, l’unica semi asfaltata, più che altro una groviera. Da questa si diramano un po’ a caso vicoli e sentieri in terra rossa rigorosamente mista a buste di plastica e cartacce gettate per terra negli ultimi 30 anni. Il resto della spazzatura viene sotterrata o bruciata, così che di tanto in tanto ci si imbatte in nuvole tossiche che la gente ignara respira senza troppo farci caso- probabilmente moriranno prima di sviluppare una qualunque forma di tumore. Nonostante ciò la sporcizia è presente ovunque e questo rende il tutto un po’ più brutto e molto malinconico. Da brava biologa e rompicojoni che sono, non mi stanco mai di riprendere i nostri ragazzi e la gente in generale quand’è che li vedo buttare una cartaccia per terra, eppure il loro sguardo è sempre lo stesso, un misto tra “ma che cacchio vuole questa”, al “chissà che differenza faccia qui o lì”. Poi penso alle nostre buste al mais, ai paesi asiatici in cui è vietato gettare le gomme da masticare per terra, alla Germania ambientalista, alle isole del Pacifico dove i gabbiani muoiono soffocati dai tappi di plastica, allo stesso Ruanda, la Svizzera africana, in cui alla frontiera si controlla che nessuna busta di plastica entri nel paese. Un mondo diviso tra la bellezza e la spazzatura, un po’ come Roma, che la scorsa estate si è guadagnata una pagina sul New York Times per lo scellerato stato di degrado della città. Se solo fossimo tutti un po’ più amanti di questo pianeta blu…
 
A proposito di blu, la vastità del lago Tanganika lo fa sembrare un mare con la differenza che le onde sono attutite da canneti che nascondono insidie a denti aguzzi: ippopotami, coccodrilli, serpenti…di fatti qui il bagno si fa piuttosto nel fiume che scorre giù dalle montagne e dal quale si raccolgono taniche di acqua potabile che vengono faticosamente trasportate a casa a mano. Non crediate che siano gli adulti che portano l’acqua, ma proprio i bambini, che con gran forza e coraggio si accollano i pesi del mondo.
In Burundi, la costa del lago è molto più pulita, i canneti sono isolati e molti fanno il bagno, ma se già nel mio immaginario il lago di per sé mi rende sospettosa e circospetta, immaginarsi che si possa essere azzannati da un coccodrillo o dilaniati da un ippopotamo mi fa passare qualunque fantasia e così il lago rimane un immenso paesaggio da osservare.
 
Questa è la terza volta che torno in Congo, o meglio nella repubblica Democratica del Congo, di cui di democratico non c’è davvero niente. La corruzione è sovrana e qui carta canta, ovvero i dollari fanno marciare le cose e le persone. La prima volta, nel 2008, camminavo per la città quando ad un certo punto un uomo, un ex poliziotto del regime di Mobutu, mi forzò ad entrare a casa sua, una ex caserma di polizia, semplicemente perché voleva un po’ di soldi, così, tanto per farsi la giornata. Per fortuna il mio rapimento non passò inosservato e così dopo poco la casa venne circondata da bambini e finalmente un’ora più tardi, un vero poliziotto dall’espressione sorridente e rassicurante venne a tirarmi fuori. Quella volta imparai ad abbassare la cresta. Mentre la mia anima ribelle gonfiava la criniera e cercava inutilmente di far ragionare l’ex poliziotto, l’idea che quel congolese dagli occhi di bragia mi avrebbe potuto tranquillamente violentare, mi ha fatto capire che dovevo stare calma. Allora mi sedetti e cominciai a pregare i miei santi in paradiso. Che ingenua, se ci ripenso, in un paese dove i bambini (soldato) sono stati addestrati ad uccidere i propri genitori, i propri amici, la propria gente, come si può pensare di far ragionare un folle ex poliziotto?
 
Per fortuna le cose sono cambiate, e children onlus, la minuscola associazione per la quale lavoro, e Gerarda, la signora 70enne che seguo in questo progetto, si sono fatti conoscere per ciò che viene fatto a favore dei bambini congolesi, e con qualche accortezza, si può vivere tranquilli.
 
Accortezza numero uno: non si fanno foto. L’idea che la foto rubi l’anima è ancora troppo radicata nella testa di questi africani, e per quanto sia un peccato non poter documentare le stranezze e singolarità di questo popolo e questo luogo, sono spronata a scrivere. Per riuscire a trasmettere esattamente ciò che si vede e si sente, il linguaggio scritto richiede sempre più sforzo di un’immagine che si prende e si fa così: click. Però scrivere aiuta a riflettere e a elaborare ciò che la foto spesso nasconde ad un occhio pigro o frettoloso.
 
Accortezza numero due: non si esce da soli, non si esce la sera e non si frequentano zone “balorde”. La violenza e lo stupro sono all’ordine del giorno, e qui la vita dura poco e spesso vale poco. Nel 2010 ero a Kinshasa e stavo sulla gip delle suore dalle quali ero ospite - il miglior modo per viaggiare in Africa è stare con le suore africane, sono meglio di prestanti body guard addestrati, sono conosciute, amate, rispettate e di solito hanno una cuoca che cucina piatti da leccarsi i baffi. Dunque eravamo sulla rotta per il mercato di Kinshasa dove “se potessero, ti taglierebbero anche i capelli” (un modo per dire che si ruberebbero anche le mutande). Sulla strada c’era il famigerato embouteillage, per cui la nostra corsia era ferma da minuti ormai, l’altra sospettosamente vuota. Per chi è stato nelle grandi metropoli del mondo immaginarsi milioni di macchine e persone non sarà difficile: in quel momento sembrava ci fosse il mondo in un metro quadrato. Fino a qui solo un po’ di caos. Ad un certo punto la pazienza del guidatore di un taxi-van dietro di noi cessa di esistere e con uno scatto felino il taxi gonfio di gente si immette sull’altra corsia e cerca di superarci. Il tassista avrà pensato che con la corsia di sinistra vuota ed un po’ di fortuna si sarebbe potuto guadagnare qualche metro rimettendosi tra un veicolo e l’altro. Sarà successo mille e mille volte, e quasi sempre sarà andata bene, ma quel caldissimo ed umidissimo giorno di gennaio un povero cristo ignaro del suo destino aveva deciso di attraversare incautamente la strada di fronte a noi. Il dead man walking stava facendo l’errore più grande della sua vita: dimenticarsi di guardare a sinistra, e sporgersi solo per vedere il lato da cui sarebbero dovute arrivare le macchine. Poveraccio, magari gli sarebbe andata bene se solo lo specchietto del van non fosse stato di un ferro così sporgente. Invece, pum! Un botto micidiale, una botta secca e l’osso del collo si rompe in un nano secondo uccidendo il povero cristo sul colpo e facendo rimbalzare il suo corpo privo di vita per due metri in avanti sulla strada. Se fossi stata più vicina avrei potuto sentire l’osso fare crack! Sotto gli occhi sgomenti di tutti, compresi i nostri, il corpo si circonda in un istante di mille passanti e viaggiatori metropolitani. La polizia viene chiamata immediatamente, accorre da pochi metri più avanti un poliziotto – se ne trovano spesso per strada a cercare polli da spennare – ci si accerta velocemente che il povero cristo sia veramente morto, allora il poliziotto e il tassista si accordano per uno scambio equo e solidale: una mazzetta in cambio del silenzio. Quindi il taxi-van viene svuotano immediatamente dai passeggeri ingombranti, fine della corsa, il corpo del morto viene caricato sul taxi per una corsa verso l’aldilà e così tutto riprende ad essere così come lo avevamo lasciato pochi istanti prima, una giornata tropicale tra milioni di macchine in fila su una strada dal manto a groviera. Io ero sconvolta, ma tutti gli altri non più, qui, come ovunque nel mondo, si muore tutti i giorni e delle morti più impensate, e l’immagine che conclude questo episodio sono gli stessi passeggeri lasciati a terra più intenti a trovare un buco in altri taxi-van che a preoccuparsi di quell’anima appena volata via.
 
Tornando ad Uvira e a questo lavoro. children onlus è una piccolissima associazione che si occupa di bambini orfani o i cui genitori non sono in grado di provvedere al loro mantenimento. La formula è quella di sempre, si “adotta” un bambino a distanza e con quelle poche centinaia di euro all’anno si manda un bambino a scuola con tutti gli annessi e connessi: tasse scolastiche, scarpe, divisa, cartella, quaderni, penne, compasso, gomme, temperini e righello, insomma proprio tutto, banchi compresi! La convenzione con l’ospedale del quartiere permette anche di fornire assistenza sanitaria ed in questo modo si riescono a curare le malattie più frequenti: malaria, febbre tifoide, diarrea, vermi intestinali etc...Inoltre da qualche anno si sta cercando di insegnare a pescare piuttosto che dare i pesci (che tra l’altro si trovano in abbondanza vista la ricchezza del lago, peccato non si possano permettere di comprarli). Dunque si sono stabiliti dei programmi di microcredito in cui vengono forniti prestiti a gruppi di donne le quali restituendo i soldi guadagnati danno la possibilità ad altre donne di entrare nel gruppo e di ricevere a loro volta un “micro” “credito”. Si è visto che questi programmi non funzionano con gli uomini, i soldi vengono sperperati subito in alcol e così il credito va in fumo. Invece nei programmi adottati dalle donne c’è una vera e propria autogestione, e loro sanno che è nel loro stesso interesse restituire mensilmente parte della quota ricevuta.
 

Oltre alle donazioni fatte in Italia da questi “genitori adottivi”, un’altra forma di finanziamento che children ha adottato è la vendita in Italia di prodotti artigianali fatti qui in Congo. Io mi occupo di seguire questi tanti piccoli lavoretti e lavoro tutti i giorni con ragazze e ragazzi tra i 17 e i 20 anni la maggior parte orfane, molte vittime di violenze e con svariati figli a carico. La mia preferita è Feza, una bellissima ragazza di 18 anni che ha preso l’AIDS dopo essere stata violentata. Ha un bambino di 3 anni, Paul, che assomiglia ad un piccolo angioletto di cioccolata. Lei sta cucendo dei sacchetti bomboniera che proporremo da Natale. Io cucio piccole cose e per lo più l’aiuto con il taglio e l’assemblaggio. Ogni tanto mi giro e la guardo, capelli fatti da lunghe e finissime trecce, un naso piccolo e aggraziato, la bocca nera e carnosa, lo sguardo dolce, mani affusolate ed unghie adornate da smalto nero con sopra dei brillantini. Qualche volta le dico stupidaggini, tanto per fare la scema come al mio solito e lei ride ed ogni volta che lo fa mi chiedo come faccia ad avere quella naturalezza sconvolgente che nasconde drammi che non voglio nemmeno immaginare. Sarà Mamma Africa, così dura, così dolce?                                                              

Ilaria Grimaldi



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